google-site-verification=fW9ic3r_naxgruDksv5S6Ug4tN6LSm6wUy51njmsY0M Se un famigliare muore lasciando solo debiti e nessun bene, cosa si deve o si può fare
  • Umberto Giovannoni

Se un famigliare muore lasciando solo debiti e nessun bene, cosa si deve o si può fare


Quando un parente muore si deve dare avvio a tutta una serie di pratiche burocratiche in relazione alla successione. Quando c’è un immobile in mezzo ci sono tutta una serie di oneri fiscali da adempiere. Se poi il defunto ha anche lasciato debiti, è meglio pensarci prima di accettare l’eredità: se l’attivo è, infatti, di scarso valore c’è il rischio di rimetterci. È possibile conoscere quanti debiti il defunto ha lasciato con le banche e la pubblica amministrazione (Agenzia Entrate, agente riscossione, Inps, Comune, ecc.) facendone esplicita richiesta; ma per gli altri privati non esiste un registro pubblico. Che succede infine in caso di debiti del defunto senza eredità? Ammettendo che un soggetto muoia senza lasciare alcun patrimonio, né un conto in banca, chi pagherà i suoi creditori e cosa rischiano gli eredi? Ecco alcuni importanti chiarimenti a riguardo.

Debiti del defunto: non bisogna accettare l’eredità

Il primo errore che non deve commettere l’erede di una persona che muore lasciando solo debiti è quello di accettare l’eredità. Con l’accettazione infatti questi subentrerebbe in tutte le obbligazioni e potrebbe subire il pignoramento dei creditori, rischiando di perdere anche i propri beni come la casa, il conto corrente, il quinto dello stipendio, ecc. Dunque, chi ha la certezza che il proprio familiare era nullatenente farebbe sempre bene a rifiutare l’eredità – cosa che può fare comunque entro 10 anni dal decesso – per evitare brutte sorprese nel caso in cui dovessero subentrare dei creditori.

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Se il defunto ha lasciato un patrimonio sia pur minimo e gli eredi non vogliono lasciare che si disperda, è possibile accettare l’eredità con beneficio di inventario: in questo caso i creditori potranno pignorare solo i beni caduti in successione e non quelli personali dell’erede.

Attenzione a non commettere uno dei comportamenti che implicano l’accettazione tacita dell’eredità come ad esempio: prelevare dal conto del defunto; usare l’auto del defunto; vendere i suoi beni, sia pure di minimo valore o anche solo utilizzarli (si pensi all’erede che continua a vivere nell’appartamento del familiare morto). Se ci si comporta in questo modo, la legge considera tale atto come se fosse una normale accettazione dell’eredità. Risultato: pur senza volerlo, si subentra nei debiti del defunto.

Pagare un creditore con soldi propri (e non del defunto) non è accettazione dell’eredità, così come non lo è il pagare le spese del funerale.

Come non perdere la pensione di reversibilità

Spesso si preferisce accettare l’eredità per non perdere la pensione di reversibilità del defunto. In realtà si tratta di due situazioni diverse. La pensione di reversibilità spetta infatti come diritto personale e non successorio; per cui compete anche a chi rinuncia all’eredità per evitare di pagare i debiti. In buona sostanza, anche in assenza di accettazione dell’eredità, si ha diritto alla pensione per i superstiti erogata dall’Inps.

Cosa succede ai debiti se nessuno accetta l’eredità?

Dinanzi a una situazione in cui tutti gli eredi hanno rinunciato all’eredità, tanto lo Stato (in persona dell’Agenzia Entrate Riscossione) quanto gli altri creditori non possono fare nulla contro gli eredi; resteranno quindi necessariamente insoddisfatti. Nessuno cioè li pagherà. I creditori, in teoria, potrebbero impugnare la rinuncia all’eredità dell’erede quando risulti che questa li pregiudichi; ma a tal fine dovrebbero dimostrare che nella successione era presente un attivo sufficiente a soddisfarli. In particolare, la legge stabilisce che, entro cinque anni dalla rinuncia all’eredità, i creditori dell’erede possono impugnare la rinuncia stessa e pignorare i beni di cui questi sarebbe diventato proprietario.

La rinuncia all’eredità può essere sempre revocata

La legge consente all’erede che ha rinunciato all’eredità di revocare la suddetta rinuncia purché non siano scaduti 10 anni dall’apertura della successione. Questo consente così di fare marcia indietro se si dovesse scoprire, solo in un secondo momento, che il defunto aveva in realtà un patrimonio appetibile.

(estratto dalla rivista "La Legge per tutti" dell'avv. Angelo Greco )

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