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Investitore pirata? il danneggiato va comunque risarcito

Quando l'investitore è ignoto, il danneggiato va risarcito anche se non presenta denuncia

La Corte d'appello di Roma, con sentenza n. 5469 del 16 settembre 2016, a fronte di un sinistro stradale in cui un ciclista era stato travolto da un pirata fuggito dopo l'investimento e mai identificato, ribalta la sentenza che aveva rigettato la domanda risarcitoria, in particolare perchè il danneggiato non aveva presentato denuncia contro il danneggiante, ricordando come non sussista alcun onere di presentare querela o denuncia contro ignoti e di attendere l'esito negativo delle Indagini prima di poter agire nei confronti della compagnia assicurativa designata al risarcimento.

di Roberto Foffa - Avvocato in Brescia

Il Tribunale di Roma, a fronte di un sinistro stradale in cui un ciclista era stato travolto da un pirata fuggito dopo l'investimento e mai identificato, aveva rigettato la domanda risarcitoria proposta nei confronti del Fondo di Garanzia. Il giudice di prime cure aveva ritenuto insufficientemente provata la dinamica del sinistro, ed aveva valorizzato il fatto che il danneggiato non avesse nemmeno presentato denuncia contro il danneggiante. La Corte d'Appello, al contrario, giunge a conclusioni di segno opposto.

Per quanto riguarda la mancata presentazione della denuncia, la Corte rileva, innanzitutto, che “non è imposto al danneggiato da veicolo rimasto sconosciuto il preventivo onere di presentare querela o denuncia contro ignoti e di attendere l'esito negativo delle Indagini prima di poter agire nei confronti della compagnia assicurativa designata al risarcimento”.

Tale principio è stato affermato dalla giurisprudenza di legittimità, in particolare da Cass. civ. Sez. III, 03/09/2007, n. 18532, la quale, correttamente, aggiungeva anche che né alla denuncia, né all'omessa denuncia è legittimo assegnare una sorta di “efficacia probatoria automatica”, nel senso che il sinistro sia senz'altro oppure no riconducibile alla fattispecie astratta di cui all'art. 19, L. n. 990/69, che disciplina il Fondo di Garanzia. Infatti, come più volte affermato dalla giurisprudenza di merito in materia, la denuncia (o l'omissione della stessa), di per sé, non provano nulla; non sono idonee ad escludere o dimostrare che il danno sia stato causato da veicolo non identificato.

In realtà, è necessario procedere sempre, secondo le ordinarie regole della R.C., alla ricostruzione dei fatti, e l'onere probatorio a carico del danneggiato non cambia, che il sinistro sia causato da un veicolo identificato piuttosto che da un “pirata della strada”. Tale onere comprende la prova del fatto illecito, il nesso causale tra quest'ultimo e i danni riportati e la dimostrazione che il veicolo è rimasto non identificato nonostante la condotta diligente adottata dal danneggiato al fine di identificare il veicolo stesso.

La Corte d'Appello riprende questi concetti, e li arricchisce con un paio di osservazioni interessanti: “la prova può essere fornita dal danneggiato anche sulla base di mere tracce ambientali o di dichiarazioni orali, non essendo alla vittima richiesto di mantenere un comportamento di non comune diligenza, ovvero di complessa ed onerosa attuazione, avuto riguardo alle sue condizioni psicofisiche ed alle circostanze del caso concreto”.

Dunque, secondo la Corte, la prova per testimoni, supportata dai rilievi compiuti sul luogo del sinistro, può essere sufficiente a supportare la domanda risarcitoria. Nel caso di specie, lo è: la Corte riesamina accuratamente tutte le prove testimoniali e giunge alla conclusione che attestino con sufficiente certezza lo svolgimento dei fatti, e la responsabilità del conducente del veicolo non identificato.

Anche il riferimento alle condizioni psicofisiche del danneggiato non è casuale. Infatti, nella fattispecie, il ciclista investito aveva riportato danni gravissimi, anche al cervello. Sicché, spiega la Corte, si può ragionevolmente ritenere che “la mancata presentazione della querela sia dipesa da motivi oggettivi in quanto il danneggiato, ai momento da solo, non era in condizioni psicofisiche tali da poter identificare il veicolo danneggiante, e di seguito venne a trovarsi nello stato di confusone mentale risultante concordemente dalla CTU”. Quest'affermazione è molto sensata, e può certamente applicarsi a tutti i casi in cui il danneggiato viene ridotto in condizioni tali da non potersi ragionevolmente pretendere che abbia la capacità di identificare l'investitore e denunciarlo.

Va dato conto dell'esistenza di una giurisprudenza parzialmente difforme, propugnata in particolare da Cass. 13/07/2011, n. 15367. Tale sentenza ribadisce che il danneggiato ha l'onere di provare sia che il sinistro si è verificato per condotta dolosa o colposa del conducente di un altro veicolo o natante, sia che questo è rimasto sconosciuto; e precisa che “a quest'ultimo fine è sufficiente dimostrare che, dopo la denuncia dell'incidente alle competenti autorità di polizia, le indagini compiute da queste o disposte dall'autorità giudiziaria, per l'identificazione del veicolo o natante investitore, abbiano avuto esito negativo, senza che possa addebitarsi al danneggiato l'onere di ulteriori indagini articolate o complesse (Cass., 8.3.1990, n. 1860)”.

Sicuramente la pronuncia di primo grado si era rifatta a questa sentenza, che poneva in rilievo anche gli aspetti pubblicistici della materia, dato che il legislatore del 1969 aveva pensato bene di “predisporre tutti gli strumenti idonei ad identificare ed a perseguire penalmente colui che pone in essere condotte obiettivamente lesive della sicurezza della circolazione stradale e, svincolando tale attività dalla mera volontà del danneggiato, ha rimarcato gli aspetti pubblicistici di cui è permeata la materia”.

Ed allora, concludeva la Cassazione, proprio la natura pubblicistica impone al danneggiato una condotta "diligente" mediante formale denuncia.

Insomma, la denuncia dell'accaduto all'Autorità competente rientrerebbe nella normale diligenza richiesta al danneggiato, arrivando persino ad affermare che “Tale adempimento, da considerarsi indispensabile, anche in vista delle sanzioni erogabili”.

Si badi che, sotto il profilo probatorio, le sentenze in esame non dicono cose diverse: la mera denuncia, come già detto, non prova nulla, ed anche la giurisprudenza di merito che segue Cass. 15367/11 ravvisa comunque la necessità che il danneggiato ottemperi al normale onere probatorio.

La differenza sostanziale è che la sentenza n. 18532/07 non ravvisa alcun onere di denuncia in capo al danneggiato, mentre la 15367/11 questo onere lo impone, non soltanto ai fini probatori (tramite le indagini svolte dalle autorità) ma anche al fine di integrare la diligenza minima richiesta al danneggiato, anche in relazione ai riflessi pubblicistici della disciplina.

In attesa che sul punto si raggiunga unitarietà di vedute nella sezione III della Cassazione, la sentenza in commento appare chiara e congruamente motivata, e stabilisce dei principi che paiono non solo ragionevoli e condivisibili, ma anche in linea con quanto disposto dall'art. 19, legge 990/69, che non prevede alcun obbligo di denuncia.

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