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Perquisizione imposta dal vigilante: violenza privata e tenuità

Immagine del redattore: Umberto Giovannoni
Umberto Giovannoni
17 mar 2017
Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 24 ott

Aggiornamento: 24 ottobre 2026.


Quadro aggiornato al 2026


Un addetto alla vigilanza privata non dispone per questo solo ruolo dei poteri di perquisizione della polizia giudiziaria. Modalità coercitive e limitazioni della libertà devono essere esaminate nel fatto. La particolare tenuità non è esclusa o concessa soltanto per l’etichetta del reato: l’articolo 131-bis c.p. vigente richiede la verifica dei presupposti e delle esclusioni.


Contributo originario e precedenti

Il testo che segue conserva il contributo pubblicato in precedenza. Gli orientamenti e i riferimenti temporali vanno letti alla luce delle precisazioni aggiornate riportate sopra.

Niente esimente della tenuità del fatto per la violenza privata commessa dal vigilantes del centro commerciale che ha disposto la perquisizione personale di una donna all'interno della struttura imponendole di sollevare la maglietta e togliere i pantaloni. Lo ha precisato la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, sentenza n. 12591/2017.


L'imputato era stato condannato per il reato di violenza privata (art. 610 c.p.), per avere, quale addetto alla vigilanza presso un centro commerciale, costretto una donna a subìre una perquisizione personale all'interno degli uffici del centro medesimo, facendole togliere i pantaloni e sollevare la maglietta.


Inutile per l'imputato contestare, in Cassazione, che l'esecuzione della perquisizione sia avvenuta da parte di una collaboratrice di sesso femminile, al fine disalvaguardare il pudore della persona offesa: per gli Ermellini, come d'altronde evidenziato dai giudici di merito, la perquisizione illegittima era stata disposta dal ricorrente, sulla cui individuazione non è stata sollevata alcuna contestazione; questi, a prescindere dal formale ruolo rivestito (essendo irrilevante che egli fosse un portiere o un addetto alla vigilanza), aveva il dominio finalistico dell'azione illecita, quindi il rispetto del pudore, dunque, non esclude l'arbitrarietà e l'illiceità penale del fatto.


Anche in relazione alla pretesa assenza di costrizione, che la difesa ritiene desumibile dal fatto che la donna fosse libera di muoversi durante il "controllo", i giudici di legittimità rammentano che, ai fini del delitto di violenza privata, non è richiesta una minaccia verbale o esplicita, essendo sufficiente un qualsiasi comportamento o atteggiamento, sia verso il soggetto passivo sia verso altri, idoneo ad incutere timore e a suscitare la preoccupazione di subire un danno ingiusto, così che, mediante tale intimidazione, il soggetto passivo sia indotto a fare, tollerare od omettere qualcosa.


Quindi, conclude la Corte, la sottoposizione a una perquisizione arbitraria e, per ciò, ingiustificata, di una persona, da parte di un soggetto privo di qualsiasi legittimazione, costituisce un fatto di violenza fisica che si esplica direttamente sulla vittima, avuto riguardo alle condizioni particolari e ambientali in cui la stessa venga a trovarsi e, quindi, si svolga il fatto, che siano idonee a eliminare e, comunque, a ridurre notevolmente nel soggetto passivo la capacità di determinarsi e di agire secondo la propria volontà.

Assistenza dello Studio

Lo Studio Legale Giovannoni & Bettella di Padova esamina i documenti e valuta le iniziative utili nel caso concreto. Per un colloquio puoi contattarci tramite il modulo oppure telefonare allo 049 725117.


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