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Filmare rapporti intimi all'insaputa del partner non è reato

Lecito filmare, all’insaputa della convivente, i rapporti intimi avvenuti in casa

Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il GIP del tribunale aveva prosciolto un individuo dal reato di interferenze illecite nella vita privata addebitatogli sul presupposto che egli avrebbe filmato alcuni rapporti sessuali avuti con la convivente, all'insaputa di quest'ultima, la Corte di Cassazione (sentenza 8 maggio 2017, n. 22221) – nel respingere la tesi del PM che aveva impugnato la sentenza di proscioglimento in quanto, secondo l’Accusa, avrebbe dovuto assumere carattere decisivo, in chiave accusatoria, il rilievo dell'accertata mancanza di consenso da parte della convivente non già alla diffusione delle immagini, ma alle riprese come tali -, ha ribadito il principio, già in precedenza affermato, secondo cui non integra il reato di interferenze illecite nella vita privata la condotta di colui che mediante l'uso di strumenti di ripresa visiva provveda a filmare in casa propria rapporti intimi avvenuti con la convivente, in quanto l'interferenza illecita prevista e sanzionata dall’art. 615 bis cod. pen. è quella proveniente dal terzo estraneo alla vita privata e non già quella del soggetto che, invece, sia ammesso, sia pure estemporaneamente, a farne parte, mentre è irrilevante l'oggetto della ripresa, considerato che il concetto di "vita privata" si riferisce a qualsiasi atto o vicenda della persona in luogo riservato.


ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI

Conformi

Cass. Pen., Sez. 5, 14 gennaio 2008 n. 1766

Difformi

Non vi sono precedenti citati


Prima di soffermarci sulla, interessante, pronuncia resa dalla Suprema Corte, è opportuno qui ricordare che l’art. 615 bis c.p., sotto la rubrica «Interferenze illecite nella vita privata», punisce con la reclusione da sei mesi a quattro anni la condotta di chiunque mediante l'uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell'articolo 614 c.p.. Alla stessa pena soggiace, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati nella prima parte di questo articolo. I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d'ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Due le fattispecie di reato descritte dall'art. 615 bis c.p., che trovano la loro realizzazione in condotte di semplice indiscrezione, ovvero di rivelazione o diffusione di notizie o immagini attinenti alla vita privata. Ambedue individuano un reato istantaneo ad effetti permanenti in quanto, sia l'indiscrezione, che la rivelazione hanno capacità, tra l'altro, di protrarre nel tempo i loro effetti dannosi per il bene tutelato. La prima, prevista dal 1° co. – che qui rileva - consiste nella condotta, realizzabile da chiunque, di procacciamento indebito di notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nel domicilio altrui, ottenuto mediante l'uso di strumenti di ripresa visiva o sonora.

La giurisprudenza nel passato è apparsa orientata verso una interpretazione letterale della norma: è stato, infatti, ritenuto che l'installazione di un radiotelefono contenente una microspia non realizzasse la previsione dell'art. 615 bis c.p., bensì quella dell'art. 617 c.p., poiché tale strumento, che è finalizzato ad una intercettazione telefonica non è un strumento di ripresa visiva o sonora (Cass. pen. sez. II, 29 marzo 1988); in quanto mero strumento di documentazione e non di fraudolenta captazione (Cass. pen. sez. I, 11 dicembre 1993); oggi giurisprudenza unanime o quasi afferma che commette il reato di cui all'art. 615 bis c.p. colui che scatti una fotografia con il cellulare all'insaputa o contro la volontà di chi ha lo ius excludendi sul luogo di lavoro: Cass. pen. sez. V, 5 dicembre 2005, n. 10444 in linea con quanto già nel passato la giurisprudenza di merito (T. Roma 13 novembre 1985) aveva affermato ritenendo la possibilità di una interpretazione estensiva di tale norma. E ancora con la Cass. pen. sez. IV, 28 aprile 1995 individuando nell'inciso "strumenti di ripresa visiva o sonora" la potenzialità di comprendere «qualsiasi strumento tecnologico, diverso dalle naturali risorse umane, che sia idoneo per la sua particolare insidiosità e capacità di penetrazione, a vincere le normali difese di cui ciascuno circonda la vita domestica»; è stato ritenuto il reato di cui all'art. 615 bis c.p.e non quello di furto nella condotta di chi aveva provveduto alla ripresa visiva di documenti nello stesso luogo in cui questi erano stati conservati anche tramite il cellulare con fotocamera (Cass. pen. sez. V, 5 dicembre 2005, n. 10444, e, da ultimo, Cass. pen. sez. III, 19 ottobre 2010, n. 37197, con nota di Spinelli, in DPP, 2011, 1129-1136. Integra la fattispecie di cui al 2° co. la diffusione su internet di filmati, registrati senza il consenso della persona offesa, di rapporti sessuali intrattenuti dall'imputato con la stessa nel suo domicilio (Cass. pen. sez. III, 12 gennaio 2012, n. 7361). Il reato è configurabile anche nell'ipotesi di indebita registrazione, da parte di un coniuge, di conversazioni che, in ambito domestico, l'altro coniuge intrattenga con un terzo (Cass. pen. sez. V, 16 ottobre 2012-22 febbraio 2013, n. 8762). Non commette il reato di cui all'art. 615 bis, né quello di cui agli artt. 617 e 623 colui che assiste ad una conversazione telefonica svoltasi fra altre persone, in quanto autorizzato da una delle stesse (Cass. pen. sez. VI, 27 febbraio 2013, n. 15003).

Tanto premesso, nel caso in esame, all'imputato era stato addebitato il reato di cui all'art. 615-bis c.p., sul presupposto che egli aveva filmato alcuni rapporti sessuali avuti con la convivente, all'insaputa di quest'ultima; secondo il giudice, tuttavia, il delitto non sarebbe configurabile, atteso che le scene riprese riguardavano atti della vita dei due protagonisti della vicenda, che avevano avuto svolgimento in un luogo qualificabile per entrambi come privata dimora, senza dunque che altri vi avessero interferito. Il video in questione, del resto, non era stato certamente divulgato ad altri o diffuso in qualsiasi forma, e solo in questo caso sarebbe stato ravvisabile un (diverso) illecito penale. Tesi, questa contrastata dal PM, che, impugnando in Cassazione, sosteneva che l'art. 615-bis c.p. tutela la riservatezza e la libertà domestica, e pone un presidio della vita privata nei riguardi di chiunque ponga in essere, indebitamente, condotte idonee a violarla.

La Cassazione, come anticipato, ha disatteso la tesi accusatoria, ribadendo quella giurisprudenza che esclude in consimili ipotesi il reato, atteso che la norma incriminatrice sanziona i soli comportamenti di interferenza posti in essere da chi, rispetto agli atti della vita privata che ne sono oggetto, risulti estraneo: ergo, puntualizza la Cassazione, chi partecipa, con l'assenso dell'offeso, alla scena in questione (sia essa domestica, intima, o comunque tale da non rendersi percepibile ad una generalità indeterminata di persone) non può essere soggetto attivo del reato. Tale soluzione viene ritenuta conforme a quelle decisioni della S.C. che, ad esempio, hanno escluso il reato nella condotta di chi, usando una macchina fotografica, si era procurato indebitamente immagini di ragazze, partecipanti al concorso di "Miss Italia", ritratte nude o seminude nel camerino appositamente adibito per consentire loro di cambiarsi d'abito (Cass. pen., Sez. V, 11 giugno 2008, n. 36032, M., Ced Cass. 241587). Né, del resto, può intendersi decisivo, per escludere la rilevanza penale della condotta, che il fatto avvenga nell'abitazione di chi ne sia autore, né, soprattutto, va conferita decisività alla particolare "privatezza" della scena ripresa: il discrimine tra l'interferenza e la condotta lecita non è dato dalla natura del momento di riservatezza violato, bensì - si ripete - dalla circostanza che il soggetto attivo vi sia o meno estraneo.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

La decisione in sintesi

Riferimenti normativi:

Art. 615-bis c.p.

Cassazione penale, sezione V, sentenza 8 maggio 2017, n. 22221

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