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CLAIMS MADE pura e impura



Specifico oggetto dell’analisi della Corte (1) era una claims made contenuta in un contratto assicurativo stipulato da un’Azienda Ospedaliera a copertura di danni procurati in occasione di interventi chirurgici, con operatività riferibile a “tutte le richieste di risarcimento presentate all’assicurato per la prima volta durante il periodo di efficacia della ... assicurazione”.

Più precisamente, il contratto:


  • a) copriva i fatti verificatisi in costanza di rapporto e per i quali, nello stesso tempo, fossero pervenute all’assicurato le relative richieste risarcitorie (cd. garanzia corrente);

  • b) copriva altresì i fatti verificatisi nel triennio precedente la stipula, sempre che le richieste risarcitorie pervenissero durante il tempo dell’assicurazione (cd. estensione retroattiva);

  • c) non prevedeva alcuna garanzia “postuma”, ossia riferibile a fatti verificatisi durante la sua vigenza, ma le cui richieste risarcitorie fossero pervenute in un tempo successivo alla scadenza contrattuale.


Si trattava, dunque, di una claims made cd. “impura” o “mista”, secondo il lessico utilizzato dalle S.U. e dalla giurisprudenza e letteratura specialistica.

In fatto, la contesa riguardava l’indennizzabilità di un sinistro verificatosi in costanza di polizza, ma “reclamato” successivamente alla scadenza del contratto di assicurazione.

In primo grado, il Tribunale di Milano (Trib. Milano n. 3527 del 18 marzo 2010), ritenendo la claims made non atipica rispetto al paradigma legale del contratto di assicurazione, aveva dichiarato la vessatorietà della clausola nella parte in cui riduceva la copertura retroattiva a tre anni (invece di offrire una garanzia decennale), in quanto ritenuta limitativa della responsabilità dell’assicuratore ai sensi dell’art. 1341 c.c.

Tale vessatorietà era però idonea, a giudizio del Tribunale, a colpire il contratto limitatamente alla riduzione di retroattività e non anche rendere invalida l’intera clausola. Veniva perciò respinta la domanda dell’ente ospedaliero.

In appello, il giudizio veniva ribaltato: la vessatorietà della claims era considerata idonea ad eliminare, con conseguente necessità di integrare il contratto applicando la “regola generale di cui al 1° comma dell’art. 1917 c.c.”: la polizza veniva così “trasformata” in un’ordinaria loss occurrence (2).

La Cassazione, pur prendendo le distanze dalle argomentazioni sviluppate dal provvedimento di secondo grado, ne ha confermato le conclusioni correggendone la motivazione ed esprimendo il seguente principio di diritto:

“La clausola c.d. claim’s made, inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile stipulato da un’azienda ospedaliera, per effetto della quale la copertura esclusiva è prestata solo se tanto il danno causato dall’assicurato, quanto la richiesta di risarcimento formulata dal terzo, avvengano nel periodo di durata dell’assicurazione, è un patto atipico immeritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322, secondo comma, c.c., in quanto realizza un ingiusto e sproporzionato vantaggio dell’assicuratore, e pone l’assicurato in una condizione di indeterminata e non controllabile soggezione”.

Nell’affermare ciò, la Cassazione ha espressamente richiamato il proprio precedente a S.U. n. 9140/2016, dichiarando di volersi muovere sulle coordinate espresse da quell’importante arresto.

E così, preso atto dell’impossibilità di considerare la claims made nulla per violazione di legge (in particolare dell’art. 1895 c.c.) o vessatoria ai sensi dell’art. 1341 c.c., la sentenza – sul presupposto dell’atipicità della clausola - ha sottoposto la clausola a giudizio di meritevolezza ex art. art. 1322, comma 2, c.c., concentrandolo sul profilo dell’esclusione da garanzia dei sinistri reclamati dopo la scadenza di polizza.

All’esito di un articolato ragionamento diretto a dimostrare come il giudizio di meritevolezza debba essere svolto avendo riguardo ai principi generali dell’ordinamento (in particolare, quelli dettati dagli “artt. 2, secondo periodo; 4, secondo comma, e 41, secondo comma, cost.”), è stata riconosciuta immeritevole di tutela “la clausola claim’s made che escluda le richieste postume”, in quanto:



- attribuirebbe “all’assicuratore un vantaggio ingiusto e sproporzionato, senza contropartita”;

- avrebbe una propria attitudine a porre “l’assicurato in una posizione di indeterminata soggezione rispetto all’altra” (così nel testo);

- costringerebbe l’assicurato “a tenere condotte contrastanti coi superiori doveri di solidarietà costituzionalmente imposti”.


Il principio di diritto sopra riportato sarebbe diretta conseguenza di tali assunti, il cui contenuto sarà analizzato più dettagliatamente in seguito.

La sentenza – almeno nei suoi enunciati – sembrerebbe volersi porre nel solco della ben nota decisione a S.U. n. 9140 del 6 maggio 2016, di cui effettivamente riprende alcuni degli argomenti, sviluppandoli tuttavia con un taglio ed una prospettiva decisamente differenti.

Le S.U. avevano, infatti, evidenziato la necessità di una specifica valutazione di ciascuna clausola claims “impura” sottoposta al vaglio giudiziale, rifuggendo dalla tentazione di dettare una comoda regola risolutiva, universale e valida per tutti i casi analoghi, ed anzi volutamente rimettendo alla responsabilità dei giudici di merito il compito di effettuare, in concreto, analisi complete e aderenti a ciascuna fattispecie contrattuale.

Con quell’arresto, in ultima analisi, le Sezioni Unite avevano dettato alcune linee guida generali da osservarsi nei diversi giudizi, senza fornire scorciatoie valutative ma, piuttosto, riconoscendo implicitamente la problematicità di ogni approccio d’esame.

La novità della sentenza a Sezioni Unite risiedeva, anzitutto, nel superamento di taluni profili di critica emersi dalla prassi giurisprudenzale – anche con l’avallo di una parte della dottrina – tesi a squalificare la clausola claims made sotto il profilo della nullità per contrasto con norme imperative o della vessatorietà ex art. 1341 c.c.

Superamento che, tuttavia, non doveva intendersi come definitiva consacrazione della validità della formula contrattuale: la Cassazione, infatti, ha stabilito che la claims made, come qualsiasi patto atipico valido ai sensi dell’art. 1418 c.c., resta comunque soggetta ad un sindacato di meritevolezza ex art. 1322 c.c., da effettuarsi in base ad una valutazione dell’elemento causale diretto ad accertare la sussistenza o meno di un equilibrio sinallagmatico.

In tale prospettiva, ciascuna clausola di tal fatta può/deve essere valutata – previo esame del quadro complessivo delle obbligazioni reciprocamente assunte ed anche, ove rilevanti, delle caratteristiche del soggetto assicurato - ai fini di stabilirne la compatibilità o meno con i principi dell’ordinamento giuridico ed eventualmente decretarne l’invalidità, con modificazione d’imperio del regime assicurativo scelto dalle parti.

Il tutto, evidentemente, senza soluzioni aprioristiche: nella sentenza a S.U. si ritrova un solo passaggio in cui viene espressa una valutazione di sapore “tranciante”, laddove si afferma che, nel caso di polizze contrarre per assolvere un obbligo assicurativo (polizze di r.c. professionale) “il giudizio di idoneità della polizza difficilmente potrà avere esito positivo in presenza di una clausola claims made, la quale, comunque articolata, espone il garantito a buchi di copertura”: qui, infatti, non pare alla Corte sufficiente valutare l’esistenza di un equilibrio o disequilibrio sinallagmatico, ma anche e soprattutto l’esigenza di effettiva protezione dei terzi danneggiati, consacrata dalla previsione dell’obbligo assicurativo. Si noti, tuttavia, come anche in questo frangente, la Corte si sia astenuta dal formulare un giudizio definitivo di immeritevolezza, avendo preferito segnalare la difficoltà (non l’impossibilità) di pervenire ad una soluzione diversa.

La sentenza resa dalla III Sezione, invece, pur premettendo un’articolata indagine in diritto, è pervenuta alla definizione, in termini assoluti, di un principio valevole per qualsiasi fattispecie concreta e, soprattutto, svincolato da una valutazione complessiva del caso concreto: per l’arresto in commento, infatti, la claims made priva di copertura “ultrattiva” rispetto alla scadenza di polizza è sempre immeritevole ai sensi dell’art. 1322 c.c. e perciò sempre nulla, quale che sia il risultato assicurativo globale ricavabile da una considerazione organica del sinallagma delineato dal contratto.

L’apriorismo – escluso dalle S.U. - viene di fatto reintrodotto.

Altro motivo per cui la sentenza merita una segnalazione consiste nel fatto che la stessa – specialmente per la vocazione universale del principio enunciato - realizza un’entrata un poco “prepotente” nell’attuale, delicatissima, fase di dibattito istituzionale, apertosi a seguito delle recenti novità legislative che riguardano l’obbligo assicurativo in ambito sanitario ed il contenuto minimo delle polizze (Legge 8 marzo 2017, n. 24, pubblicata in G.U. il 17 marzo 2017) e finalizzato all’elaborazione delle norme attuative di dettaglio previste dall’art. 11, comma 6, della Legge citata.

Si tratta di un percorso dialogico che, all’evidenza, all’esito del quale dovranno essere contemperate - con equilibrio e sano realismo – tanto le esigenze di tutela degli assicurati e dei terzi danneggiati, quanto le metodologie assuntive dei rischi e, soprattutto, la loro effettiva sostenibilità da parte delle imprese.

Una quadratura indispensabile per il raggiungimento delle ambiziose e commendevoli finalità della nuova legge, che verrebbero inevitabilmente frustrate se non fossero tenuti in considerazione anche gli interessi e le difficoltà di quei soggetti che, in ultima analisi saranno chiamati ad erogare le prestazioni assicurative e, quindi, in ultima analisi ad assorbire le diseconomie generate dalla sinistrosità di settore.

In quest’ottica, il secco intervento “a cantiere aperto” della sentenza rappresenta davvero una pietra d’inciampo posta sul cammino della riforma, tale da compromettere (o almeno ostacolare) lo svolgimento del complesso dialogo in corso ed eventualmente orientare le scelte normative in una direzione che potrebbe consigliare alle imprese assicuratrici il ritiro da un mercato, nel quale potrebbe essere azzardato investire.

Queste, in estrema sintesi le ragioni per cui riteniamo doveroso esaminare la sentenza, verificandone più attentamente i contenuti.

L’inattualità della decisione alla luce della normativa vigente

Il primo profilo da considerare consiste nell’evidente contrasto della decisione con lo scenario normativo attuale, per come sviluppatosi tra la sentenza a S.U. n. 9140/2016 e quella in commento, ed in particolare per come si presenta a seguito dell’introduzione della citata Legge 8.3.2017, n. 24, recante “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie” (cd. Legge Gelli).

Tra le novità apportate da tale, importante, intervento legislativo, occorre in questa sede ricordare quella introdotte dagli artt. 10 e 11.

L’art. 10 prevede l’obbligo di assicurazione per le diverse figure di operatori sanitari (strutture pubbliche e private; esercenti la professione sanitaria).

L’art. 11, rubricato “Estensione della garanzia assicurativa”, delinea il contenuto minimo della copertura obbligatoria, da ulteriormente specificare in sede di decretazione attuativa.

La norma così dispone: “La garanzia assicurativa deve prevedere una operatività temporale anche per gli eventi accaduti nei dieci anni antecedenti la conclusione del contratto assicurativo, purché denunciati all'impresa di assicurazione durante la vigenza temporale della polizza. In caso di cessazione definitiva dell'attività professionale per qualsiasi causa deve essere previsto un periodo di ultrattività della copertura per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta entro i dieci anni successivi e riferite a fatti generatori della responsabilità verificatisi nel periodo di efficacia della polizza, incluso il periodo di retroattività della copertura. L'ultrattività è estesa agli eredi e non è assoggettabile alla clausola di disdetta”.

Al di là di una certa ambiguità terminologica (ravvisabile nell’utilizzo del sintagma “denunciati” che potrebbe evocare una deeming clause, poco armonizzabile con il resto della previsione), non sembra esservi dubbio che si tratti di una formula claims made “impura”, posto che, diversamente opinando, non avrebbe alcun senso prevedere una ultrattività decennale della garanzia.

Il paradigma legale, dunque, consiste in una clausola sulla cui base dovranno trovare copertura “gli eventi” accaduti sia durante il periodo di retroattività sia in corso di polizza, purché fatti oggetto di richieste risarcitorie presentate (ed eventualmente, come tali, “denunciati” all’impresa) “durante la vigenza temporale della polizza”.

La garanzia postuma è prevista solo per il caso di cessazione dell’attività e ciò sul presupposto che, sino a quando l’attività sia esercitata, l’operatore sanitario dovrà obbligatoriamente rinnovare la polizza in scadenza o stipularne di nuove, continuando così a fruire di successivi periodi di retroattività decennale; il che esclude la necessità di ricorrere, durante la continuità professionale, ad una copertura postuma.

Viene dunque, in primo luogo, da chiedersi se davvero sia ancora possibile esprimersi realisticamente in termini di atipicità della claims made “impura”, ben potendosi ritenere, alternativamente, che l’art. 11 Legge Gelli;


  • - abbia voluto introdurre un nuovo (sotto)tipo contrattuale assicurativo, alternativo allo schema loss occurence ex art. 1917 c.c.;

  • - abbia voluto confermare quella linea ermeneutica – sostenuta, forse con lungimiranza, dalla menzionata sentenza del Tribunale di Milano – secondo cui, anche prima della novella legislativa, la claims made costituiva sì una deroga al primo comma dell’art. 1917 c.c., ma non tale da determinare l’insorgenza di un vero e proprio negozio atipico, non riconducibile al paradigma del contratto di assicurazione.


Ciò che sembra davvero rilevare, tuttavia, è il riconoscimento in sede legislativa – e dunque la conferma della sua conformità a diritto – di uno schema assicurativo, nato dalla prassi, che impedisce l’indennizzabilità dei sinistri non “reclamati” entro il termine di scadenza della polizza e dunque nettamente divergente dall’art. 1917, comma 1, c.c.

Un dato ancor più significativo sembra peraltro rappresentato dal fatto che l’art. 11 pone la claims made impura e senza postuma (se non in caso di cessazione dell’attività) come modello obbligatorio esclusivo: il modello tradizionale loss occurrence – a prescindere dalla sua concreta reperibilità sul mercato – non è neppure preso in considerazione come possibile strumento per assolvere l’obbligo assicurativo in campo medico-sanitario.

Conseguenza di tutto ciò è che – anche prescindendo dall’eventuale innovatività tipologica dell’art. 11 e della sua possibile rilevanza rispetto ad un contratto stipulato nel 2001 qual è quello considerato dalla sentenza – il Legislatore ha stabilito la compatibilità con l’ordinamento giuridico di una clausola “per effetto della quale la copertura esclusiva è prestata solo se tanto il danno causato dall’assicurato, quanto la richiesta di risarcimento formulata dal terzo, avvengano nel periodo di durata dell’assicurazione” (per riprendere le parole della Cassazione). Compatibilità e obbligatorietà.

Con ciò, evidentemente, viene battuto in breccia qualsiasi tentativo di vagliarne la meritevolezza ai sensi dell’art. 1322, secondo comma, c.c., quanto meno sotto il profilo dell’assenza di una copertura postuma.

O perché manca il presupposto (l’atipicità) o perché la sua conformità all’art. 1322, secondo comma, c.c. è stata comunque sancita dal Legislatore, imponendo l’adozione proprio di quel modello contrattuale.

In questo senso, dunque, la sentenza in commento sembra davvero inattuale e non replicabile, se si considera, da un lato, che la censura di immeritevolezza si è basata proprio e soltanto sulla constatazione che il contratto era privo di “ultrattività” e, dall’altro, che il Legislatore ha espressamente regolato tale profilo, stabilendo l’obbligatorietà di una copertura postuma solo in caso di cessazione dell’attività.

Ad onor del vero, occorre prendere atto della circostanza che se è vero che la pubblicazione della sentenza è intervenuta dopo la Legge Gelli, è anche vero che la decisione è stata assunta dal Collegio prima, ossia alla Camera di consiglio del 20 gennaio 2017.

Ciò non toglie, però, che ai fini di un giudizio di meritevolezza (ossia dell’idoneità della clausola a perseguire “interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico”) la Corte avrebbe potuto almeno prendere in considerazione il fatto che uno schema negoziale analogo – ma con retroattività illimitata - era già stato introdotto dal Decreto del Ministero della giustizia 22.9.2016 relativo alle “Condizioni essenziali e massimali minimi delle polizze assicurative a copertura della responsabilità civile e degli infortuni derivanti dall'esercizio della professione di avvocato”.

Il rango secondario del decreto ministeriale poteva costituire argomento valido per escluderne la rilevanza, quando il presupposto di critica alla claims made era offerto dalla sua potenziale nullità per conflitto con una norma primaria quale, ad esempio, l’art. 1895 c.c. (3).

Dovendosi però ormai ritenere superata l’ipotesi della nullità per effetto della sentenza a S.U. n. 9140/2016ed essendosi trovata, la Corte, nell’esigenza di spostare il giudizio sul versante della meritevolezza, la completa obliterazione di quanto previsto dal D.M. 22 settembre 2016 sembra una “dimenticanza” quanto mai inopportuna, parendo invece necessario – per conferire alla all’indagine un carattere di completezza – analizzare la funzione che lo schema regolamentare avrebbe potuto avere (o non avere) nella valutazione della clausola.

Messa nel dimenticatoio, la norma regolamentare non è stata trattata come norma secondaria, ma è stata come virtualmente espunta dall’ordinamento giuridico, ben potendo, invece, rappresentare un indice di compatibilità tra questo e la clausola.

La radicale e manifesta obliterazione dei principi espressi dalle Sezioni Unite

E’ possibile formulare ulteriori rilievi in merito alla sentenza n. 10506/2017. In particolare per comprendere se, al di là delle dichiarazioni di principio, la Cassazione abbia davvero seguito la linea indicata dalle proprie S.U. o se, piuttosto, se ne discostata eludendo le importanti indicazioni contenute nell’arresto del 2016.

L’interrogativo è d’obbligo, se si considera che le due sentenze hanno preso in considerazione clausole claims made del tutto identiche – entrambe prive di ultrattività e dotate di una retroattività solo triennale – ma sono pervenute ad esiti diametralmente opposti: la sentenza a S.U., infatti, ha concluso per la meritevolezza della clausola, mentre quella in commento per la soluzione contraria.

Le ragioni di una così evidente antinomia non possono che annidarsi nel percorso argomentativo seguito dalla sentenza a sezione semplice.

Sul punto, sarà opportuno ricordare che le S.U. avevano impostato il giudizio di meritevolezza, prioritariamente, sull’esigenza di verificare – attraverso un’analisi complessiva dei patti negoziali – l’esistenza di un equilibrio sinallagmatico che, come in un sistema di pesi e contrappesi, fosse idoneo a compensare gli elementi svantaggiosi per l’assicurato riconducibili ad un’eventuale carenza di copertura in prossimità della scadenza di polizza.

Più precisamente, in presenza di una claims made priva di garanzia postuma, le S.U. avevano rilevato la necessità di effettuare tale indagine con riguardo a “tutte le circostanze del caso concreto, ivi compresi altre componenti della disciplina pattizia”, tra cui “l’entità del premio pagato” e/o la sussistenza di meccanismi contrattuali che compensino l’ovvio indebolimento del sinallagma nella fase terminale del rapporto assicurativo (nella quale, all’evidenza, diviene più scarsa la possibilità di fruire della copertura).

Pertanto, in relazione alle claims made “che estendono la garanzia al rischio pregresso, l’apprezzamento” il giudice “non potrà non farsi carico del rilievo che, in casi siffatti, il sinallagma contrattuale, che nell’ultimo periodo di vita del rapporto è destinato a funzionare in maniera assai ridotta, quanto alla copertura delle condotte realizzate nel relativo arco temporale, continuerà nondimeno a operare con riferimento alle richieste risarcitorie avanzate a fronte di comportamenti dell’assicurato antecedenti alla stipula, di talché l’eventualità ... di una mancanza di corrispettività tra pagamento del premio e diritto all’indennizzo non è poi così scontata”.

Argomento, ovviamente, non valevole per “l’esordiente, il quale non ha alcun interesse ad assicurare inesistenti sue condotte antecedenti alla stipula, di talché anche tale circostanza entrerà, se del caso, nella griglia valutativa della meritevolezza” (par. 17).

Le S.U. non hanno trascurato di accordare importanza all’eventuale qualificabilità dell’assicurato come “consumatore” ai sensi del D. Lgs. n. 206/2005 e, in ogni caso, all’esistenza di uno squilibrio informativo a danno di un assicurato “professionista” (tema, questo, invero trattato in modo piuttosto sbrigativo e che avrebbe meritato minor approfondimento).

Abbiamo già ricordato le considerazioni delle S.U. in merito alle claims made impure applicate in regimi di rc professionale obbligatoriamente assicurata.

Stabilite le linee guida da seguire, le S.U. hanno così confermato la sentenza della Corte d’Appello di Roma che aveva “valorizzato, ancorché al fine di escludere la vessatorietà della clausola, la condizione di favore per l’assicurato rappresentata dall’allargamento della garanzia ai fatti dannosi verificatisi prima della conclusione del contratto”, concludendo per la meritevolezza della clausola oggetto di contesa.

La Cass. 10506/2017 si è chiaramente discostata da tale metodologia di analisi.

Al par. 3.4.1, la Corte affronta il tema del disequilibrio sinallagmatico, affermando lapidariamente che “la clausola claims made che escluda le richieste postume appare immeritevole di tutela, in quanto attribuisce all’assicuratore un vantaggio ingiusto e sproporzionato, senza contropartita”.

Il profilo analizzato è quello della riduzione del “periodo effettivo di copertura assicurativa, dal quale resteranno verosimilmente esclusi tutti i danni causati dall’assicurato nella prossimità della scadenza del contratto” e, fino a qui, nulla di diverso dai rilievi formulati anche dalle S.U.

L’analisi, tuttavia, si arresta a questo elemento e non si estende, come avrebbe dovuto, ad una valutazione complessiva del sinallagma contrattuale.

Non entra infatti assolutamente in valutazione l’esistenza di una copertura retroattiva triennale che, in qualche modo, avrebbe potuto compensare la riduzione di garanzia in prossimità della scadenza; né, per conseguenza, si effettua alcuna comparazione tra i benefici accordati all’assicurato dal complesso delle garanzie convenute ed il premio richiestogli dall’assicuratore.

In definitiva, la Cassazione ha condotto un esame atomistico e parziale della fattispecie sottopostale, prendendo in considerazione solo uno dei dati disponibili, ossia l’assenza della postuma, senza neppure motivare le eventuali ragioni di irrilevanza degli altri elementi contrattuali sulla cui base avrebbe dovuto svolgere una valutazione organica del contratto.

Ha fatto, quindi, proprio ciò che le S.U. escludevano doversi fare.

Ma non si tratta di una “dimenticanza”, quanto, piuttosto, di una vera e propria elusione dei criteri dettati dalle S.U. Ciò si coglie laddove la sentenza, nel trattare del premio – ossia della pietra angolare su cui misurare l’equilibrio sinallagmatico in relazione alle obbligazioni assunte dall’assicuratore – afferma apoditticamente che “verosimilmente” esso è stato pagato dal contraente per ottenere una copertura esattamente coincidente con la durata della polizza, in altri termini una loss occurrence.

Una considerazione approssimativa che, da un lato, tradisce l’assenza di qualsiasi riscontro probatorio idoneo a correlare l’entità del premio pagato con il valore che avrebbe avuto una copertura ex art. 1917 c.c.; dall’altro non tiene conto del fatto che con quel premio il contraente, altrettanto (o forse più) “verosimilmente” aveva acquistato una copertura estesa al triennio precedente la stipula della polizza.

Tutto ciò si è tradotto in un evidente tradimento delle indicazioni delle S.U., risoltosi poi nel noto giudizio di immeritevolezza.

Ma la Cassazione – con l’arresto in commento – non si è semplicemente discostata da un procedimento di valutazione, prediligendone un altro.

La divergenza con le S.U. infatti è più profonda e – al di là dell’ossequio formale – si radica nell’opzione per una diversa linea interpretativa dell’art. 1322, comma 2, c.c.: le S.U. avevano ricondotto la valutazione di meritevolezza ad un giudizio sull’elemento causale, appoggiandosi ad un preciso indirizzo ermeneutico che valorizza l’equilibrio e la ragionevolezza del sinallagma; la sezione semplice, invece, ha sposato la diversa scuola di pensiero che, diversamente, identifica il giudizio di meritevolezza con una valutazione di conformità tra il patto negoziale ed i principi costituzionali.

La differenza di approccio è evidente (4), così come lo sono le conseguenze operative che ne discendono e che si rendono palpabili confrontando le due sentenze: non si registrano semplicemente due diversi verdetti su clausole analoghe, ma


- due differenti metodologie di analisi, tra loro incompatibili: l’una tesa a considerare globalmente il contratto; l’altra a restringere l’esame ad un singolo profilo;

- due differenti principi di diritto alternativi: quello espresso S.U. rimette al giudice del merito la valutazione in concreto, limitandosi ad indicargli a cosa debba tendere il giudizio di meritevolezza e come svolgerlo; quello espresso dalla sezione semplice configura una regola generale, risolutiva ed applicabile a qualsiasi claims made priva di “postuma”, senza necessità di indagini ad hoc.


Peraltro, nella sentenza in commento va notata – come sintomo della diversa impostazione giuridica e metodologica - una eccessiva sopravvalutazione della garanzia postuma, quasi contrastante con la constatazione (espressa in chiusura del par. 3.4.1) che la riduzione di copertura che si avrebbe con l’approssimarsi della scadenza “è inconciliabile con il tipo di responsabilità professionale cui può andare incontro il medico, la cui opera può talora produrre effetti dannosi a decorso occulto, che si manifestano a distanza anche di molto tempo dal momento in cui venne tenuta la condotta colposa fonte di danno”.

E’ ben nota la potenziale lungolatenza dei danni iatrogeni ed il suo impatto sul decorso della prescrizione; un giudizio più equilibrato, pertanto, avrebbe dovuto tenere conto della fisiologica potenziale inadeguatezza di qualsiasi estensione ultrattiva della copertura – anche decennale - a garantire l’assicurato da ogni possibile richiesta risarcitoria pervenutagli dopo la scadenza di polizza.

Il vero è che la claims made – anche se corredata da postuma – non potrebbe essere considerata la panacea di tutti i mali: non come potrebbe esserlo una loss occurrence che – tuttavia – costituisce un modello assicurativo insostenibile per le imprese (le quali, tra l’altro, non possono certo confidare in un bacino di raccolta di premi ampio come quello di altri ambiti di assicurazione obbligatoria, come la r.c. auto) o che potrebbe essere “venduto” solo a condizioni proibitive per l’utenza.

Dunque, portando il ragionamento della III Sezione alle sue estreme conseguenze, occorrerebbe concludere che, in sé considerata, sarebbe immeritevole anche la claims made munita di ultrattività, dal momento che potrebbe comportare “buchi di copertura” in relazione a danni connotati da particolare lungolatenza. Solo una loss occurrence, infatti, eliminerebbe del tutto quello “iato temporale” tra il tempo dell’assicurazione e “il tempo nel quale può avverarsi il rischio”, ritenuto giuridicamente intollerabile dalla Corte.

La sentenza, infine, lascia davvero insoddisfatti perché non consente di capire quale potrebbe essere la durata ottimale di una postuma, idonea cioè ad eliminare qualsiasi sospetto di immeritevolezza della clausola: ci pare un’omissione di non poco conto, dal momento che, per valorizzare l’assenza di “una” postuma, sarebbe anche necessario sapere “in cosa consista” la postuma di cui si lamenta la mancanza, ossia quale sarebbe il livello di copertura ottimale che la clausola dovrebbe avere per resistere al sindacato ex art. 1322 c.c. e non essere sostituita da una loss occurrence.

Gli ulteriori argomenti svolti dalla Cassazione

La sentenza prosegue, al par. 3.4.2, sostenendo l’immeritevolezza della claims made “in quanto pone l’assicurato in una posizione di indeterminata soggezione rispetto all’altra”.

Tale affermazione non ha senso, se si considera come l’argomento viene sviluppato nelle righe successive, dove non si fa alcun riferimento ad uno stato di soggezione del contraente/assicurato rispetto all’assicuratore (l’“altra” parte), bensì al fatto che il diritto contrattuale dell’assicurato è condizionato dalla ricezione, in tempo utile, di una richiesta di risarcimento.

Non si tratta, quindi, di un disequilibrio del sinallagma (come l’incipit del paragrafo farebbe supporre), ma di una situazione avente “conseguenze paradossali, che l’ordinamento non può, ai sensi dell’art. 1322 c.c., avallare”.

Le conseguenze consisterebbero in ciò, che:


  • a) da un lato, “la clausola ... fa sorgere nell’assicurato l’interesse a ricevere prontamente la richiesta di risarcimento, in aperto contrasto col principio secolare (desumibile dall’art. 1904 c.c.) secondo cui il rischio assicurato deve essere un evento futuro, incerto e non voluto”;

  • b) dall’altro, “la clausola ... con esclusione delle richieste postume pone l’assicurato nella seguente aporia: sapendo di avere causato un danno, se tace e aspetta che sia il danneggiato a chiedergli il risarcimento, perde la copertura; se sollecita il danneggiato a chiedergli il risarcimento, viola l’obbligo di salvataggio di cui all’art. 1915 c.c.”.


Tutto ruota attorno alla circostanza per cui “la clausola claim's made ... fa dipendere la prestazione dell'assicuratore della responsabilità civile non solo da un evento futuro ed incerto ascrivibile a colpa dell'assicurato, ma altresì da un ulteriore evento futuro ed incerto dipendente dalla volontà del terzo danneggiato: la richiesta di risarcimento”.

Si tratta, in tutta franchezza, di argomenti deboli.

Basti, al riguardo, osservare che:


  • a) la centralità accordata alla richiesta di risarcimento, quale elemento condizionante l’operatività della garanzia, sembra non tenere conto del fatto che si tratta di un elemento fisiologico e connaturato a qualsiasi rapporto assicurativo di responsabilità civile, anche ordinariamente strutturato secondo il modello loss occurrence: sfugge sempre al governo dell’assicurato la scelta del danneggiato di formulare una richiesta risarcitoria o rinunziarvi. E, d’altra parte, la circostanza che l’art. 2935, terzo comma, c.c. preveda che il termine di prescrizione dei diritti dell’assicurato per la r.c. decorrano “dal giorno in cui il terzo ha chiesto il risarcimento”, attesta senza ombra di dubbio che la soggezione dell’assicurato ad una scelta da lui non controllabile è un dato normale e naturale del rapporto assicurativo e non certo dirimente ai fini di una valutazione di immeritevolezza;

  • b) il riferimento all’art. 1904 c.c. in relazione all’interesse che l’assicurato avrebbe a ricevere la richiesta di risarcimento prima della scadenza del periodo assicurativo, trascura il fatto che – in carenza di quell’interesse – il contratto dovrebbe essere radicalmente nullo e non già sindacabile sotto il profilo della meritevolezza. Il riferimento trascura altresì la circostanza che, a norma dell’art. 1904 c.c., la carenza di interesse può rilevare solo “nel momento in cui l’assicurazione deve avere inizio” e non in relazione a fasi successive del rapporto. Non essendovi dubbio che, anche in regime claims made, l’interesse dell’assicurato sussista e coincida con l’inizio del periodo di assicurazione, ne deriva che il richiamo del principio sotteso all’art. 1904 c.c. sia del tutto fuori contesto e, comunque, non concludente;

  • c) anche il riferimento alla violazione dell’obbligo di salvataggio, in cui incorrerebbe l’assicurato se sollecitasse il danneggiato a formalizzare la richiesta di risarcimento prima della scadenza della polizza, non appare per nulla pertinente. L’obbligo di salvataggio, infatti, se applicabile all’assicurazione di r.c., riguarderebbe la dinamica del danno già verificatosi e a non condotte o circostanze ad essa estranee, tra cui la richiesta di risarcimento (5).


Al di là della non decisività di tali argomenti, occorre rilevare l’erroneità del presupposto logico su cui gli stessi poggiano.

Come si ricava da più passaggi contenuti nel par. 3.4.2, la Corte, per trarre le “conseguenze paradossali” di cui si è detto e dar loro rilevanza giuridica, estende l’area concettuale del rischio anche alla ricezione della richiesta risarcitoria, qualificata come “evento futuro e incerto” alla stessa stregua con cui si qualifica il danno.

Sebbene la sentenza, nel riferirsi alla ricezione della richiesta di risarcimento, parli anche di “avveramento di tale condizione”, ci sembra fuor dubbio che solo inquadrando tale evento nella nozione assicurativa di rischio possano coerentemente trarsi le conseguenze di cui sopra.

Il dato è lessicalmente evidente, ad esempio, nel passaggio in cui si argomenta circa il conflitto con l’art. 1904 c.c.: “la clausola in esame fa sorgere nell'assicurato l'interesse a ricevere prontamente la richiesta di risarcimento, in aperto contrasto col principio secolare (desumibile dall'art. 1904 c.c.) secondo cui il rischio assicurato deve essere un evento futuro, incerto e non voluto”.

Ed è ancora più chiaro se si recupera il seguente passaggio, contenuto nel paragrafo precedente: “ciò determina uno iato tra il tempo per il quale è stipulata l'assicurazione (e verosimilmente pagato il premio), e il tempo nel quale può avverarsi il rischio” (qui il “rischio” è ... il rischio di ricevere la richiesta risarcitoria, non quello di realizzare un danno risarcibile).

Se dunque è questo il sostrato logico su cui poggiano le considerazioni sviluppate nel par. 3.4.2, occorre nuovamente domandarsi se, anche in tale frangente, la III Sezione sia stata o meno fedele alle indicazioni delle S.U.

La sentenza 9140/2016, com’è noto, ha distinto la cd. claims made pura (ossia quella che si risolve in una completa retroattività di copertura, in cui è indifferente il momento di accadimento del sinistro ed in cui rileva la ricezione, in corso di polizza, della richiesta risarcitoria) dalla claims made impura o mista (quella in cui tanto il sinistro, quanto la richiesta risarcitoria e, talvolta, anche la successiva denunzia all’assicuratore, devono realizzarsi durante la vigenza di polizza); il tutto prendendo atto della circostanza che alla claims made impura può essere abbinata una copertura retroattiva e/o postuma.

Nello scrutinare la validità del modello puro, le S.U. hanno effettivamente ricondotto alla nozione di rischio assicurato anche la ricezione della richiesta di risarcimento: ciò al fine di escludere che un rischio concettualmente circoscritto ad un evento dannoso verificatosi prima della stipulazione della polizza, possa tradursi in motivo di nullità del contratto ex art. 1895 c.c.

Dice, infatti, quell’arresto (par. 9): “il rischio dell'aggressione del patrimonio dell'assicurato in dipendenza di un sinistro verificatosi nel periodo contemplato dalla polizza, si concretizza progressivamente, perché esso non si esaurisce nella sola condotta materiale, cui pur è riconducibile causalmente il danno, occorrendo anche la manifestazione del danneggiato di esercitare il diritto al risarcimento: ne deriva che la clausola claims made con garanzia pregressa è lecita perché afferisce a un solo elemento del rischio garantito, la condotta colposa posta già in essere e peraltro ignorata, restando invece impregiudicata l'alea dell'avveramento progressivo degli altri elementi costitutivi dell'impoverimento patrimoniale del danneggiante-assicurato”.

Tale argomento, evidentemente, può essere speso anche in relazione all’eventuale componente retroattiva associata ad una claims made impura.

Ma può valere anche per la clausola impura in sé considerata?

A nostro avviso deve rispondersi negativamente.

Le S.U., infatti, al par. 14 ed in relazione all’asserita vessatorietà della claims made impura, dopo aver premesso che “il fatto accaduto durante il tempo dell’assicurazione di cui parla l’art. 1917 c.c. non può essere identificato con la richiesta di risarcimento” precisa che “il lemma ... si riferisce inequivocabilmente alla vicenda storica di cui l’assicurato deve rispondere”, e conclude esprimendo la seguente considerazione: “Il che, se vale a far tracimare i contratti assicurativi con clausola claims made pura fuori della fattispecie ipotetica delineata nell'art. 1917 cod. civ. , non è invece sufficiente a suffragare l'assunto secondo cui anche la clausola claims made mista inciderebbe sulla tipologia stessa del rischio garantito nel senso che questo non sarebbe più la responsabilità tout court, ma la responsabilità reclamata. L'affermazione che, si ripete, è certamente sostenibile con riferimento ai contratti assicurativi con clausola claims made pura, non resiste, con riguardo alle altre, al dirimente rilievo che, nell'ambito dell'assicurazione della responsabilità civile, il sinistro delle cui conseguenze patrimoniali l'assicurato intende traslare il rischio sul garante, è collegato non solo alla condotta dell'assicurato danneggiante, ma altresì alla richiesta risarcitoria avanzata dal danneggiato, essendo fin troppo ovvio che ove al comportamento lesivo non faccia seguito alcuna domanda di ristoro, nessun diritto all'indennizzo - e specularmente nessun obbligo di manleva insorgeranno a favore e a carico dei soggetti del rapporto assicurativo”.

In sostanza: la claims made pura è del tutto estranea al modello ex art. 1917 c.c. ed in tal senso si giustifica la necessità di legittimarla riconoscendo, come elemento costitutivo del rischio assicurato, anche la richiesta di risarcimento (“responsabilità reclamata”). La distanza ontologica con il modello legale, invece, si accorcia con il modello impuro/misto.

Di talché: “il discostamento dal modello codicistico introdotto dalla clausola clamis made impura, che è quella che qui interessa, mirando a circoscrivere la copertura assicurativa in dipendenza di un fattore temporale aggiuntivo, rispetto al dato costituito dall'epoca in cui è stata realizzata la condotta lesiva, si inscrive a pieno titolo nei modi e nei limiti stabiliti dal contratto, entro i dell'art. 1905 c.c.quali, a norma , l'assicuratore è tenuto a risarcire il danno sofferto dall'assicurato. E poichè non è seriamente predicabile che l'assicurazione della responsabilità civile sia ontologicamente incompatibile con tale disposizione, il patto claims made è volto in definitiva a stabilire quali siano, rispetto all'archetipo fissato dall'art. 1917 c.c., i sinistri indennizzabili, così venendo a delimitare l'oggetto, piuttosto che la responsabilità” (par. 15).

La richiesta risarcitoria, dunque, nel modello impuro – ossia quello preso in considerazione dalla sentenza in commento, oltre che dal quella a S.U. – non è elemento integrativo del rischio assicurato, ma un parametro di delimitazione dell’oggetto contrattuale e di selezione dei sinistri indennizzabili.

Se è corretta la nostra lettura dei passaggi di Cass. 9140/2016, ne segue che l’impianto logico sotteso al paragrafo 3.4.2 della sentenza della III Sezione è erroneo nei presupposti (che, ripetesi, consistono nell’integrazione della richiesta risarcitoria nella nozione tecnica di rischio) e, in ogni caso, è sviluppato – ancora una volta – in totale distonia con le indicazioni fornite dalle S.U.

Con tutto ciò che consegue in ordine alla stessa attendibilità delle “conseguenze paradossali” tratte da quei postulati, al di là del loro possibile apprezzamento individuale.

Un’ulteriore considerazione completa il ragionamento della Cassazione ed è esposta al par. 3.4.3 della sentenza.

Ivi, in sostanza, si sostiene che l’immeritevolezza della claims made discenderebbe anche dalla sua attitudine a costringere l’assicurato a violare i “superiori doveri di solidarietà costituzionalmente imposti”, in quanto gli sarebbe impedito di pagare il risarcimento prima ancora di aver ricevuto quella richiesta di risarcimento necessaria per attivare la copertura assicurativa.

L’ipotesi, anzitutto, sembra peccare di completa astrattezza: è di tutta evidenza che per potersi risarcire un danno, il responsabile non solo deve sapere di averlo cagionato, ma dev’esservi anche condivisione con il danneggiato circa il quantum da risarcire.

Supporre – soprattutto nell’ambito della responsabilità sanitaria, in cui, spesso, é in discussione l’imputazione del danno, vi è incertezza sul nesso di causalità e sulla effettiva colpevolezza del sanitario e, non da ultimo, il danno stesso può essere lungolatente o comunque di non di immediata rilevabilità da parte del responsabile e del danneggiato stesso – che possa pervenirsi ad un risarcimento, senza che questo sia stato in qualche modo richiesto dall’avente diritto (o da diversi aventi diritto!), sembra francamente poco realistico.

Poco realistico ed invero improntato ad un eccessivo formalismo: il pagamento spontaneo postula pur sempre una richiesta risarcitoria del danneggiato, almeno implicita; diversamente si tratterebbe di un vero e proprio “omaggio”, in quanto tale non coperto dalla polizza.

Il dato quindi sarebbe, casomai, da analizzare sotto altro profilo: se, cioè, in presenza di una richiesta orale o altrimenti formulata, l’assicuratore possa legittimamente rifiutare il pagamento sulla base di una clausola che imponga - inutilmente - la forma scritta: un formalismo “giugulatorio” che ben potrebbe essere contrastato con altri rimedi, ricorrendone i presupposti, come la stessa Corte insegna in Cass. 17024/2015.

Da ultimo va rilevato che il problema agitato dalla Cassazione, insieme a quelli sviluppati nel par. 3.4.2, sembrano trascendere il giudizio di immeritevolezza della claims made priva di garanzia postuma: gli stessi rilievi, infatti, potrebbero essere mossi anche a clausole munite di “postuma” (ma, forse, a ben vedere, anche alle claims “pure”), con il che – ancora una volta – il ragionamento della Corte potrebbe essere portato alle sue estreme conseguenze, con completa squalificazione di qualsiasi modello assicurativo diverso dal tradizionale loss occurrence.

Considerazioni finali

Se quanto esposto a commento della sentenza è corretto, si potrebbe concludere che un provvedimento come questo - incompatibile con il quadro normativo vigente e palesemente ribelle ai dettami delle Sezioni Unite - sia destinato ad una rapida archiviazione.

In realtà, forse, non è questa la sua reale vocazione.

Siamo propensi a ritenere che le anomalie registrate nella motivazione non siano casuali, ma, piuttosto, l’effetto di scelte volute e perfettamente consapevoli.

Non sembra credibile che la Cassazione abbia omesso di considerare l’imminente approvazione parlamentare della versione definitiva della “Legge Gelli” ed il contenuto che la stessa aveva assunto dopo un iter tormentato e ben noto agli operatori del settore.

Così come pare poco credibile che il Collegio, nel decidere la causa a gennaio, non abbia considerato la possibilità che la sentenza fosse pubblicata ad avvenuta approvazione e pubblicazione in Gazzetta delle nuove norme.

Anche il malcelato discostamento dalla sentenza a S.U., del resto, non sembra riconducibile ad un semplice fraintendimento dei principi espressi da quell’arresto o ad una loro scarsa considerazione.

D’altra parte, lo zelo con cui la III sezione è pervenuta – con un percorso diverso - alla definizione di una regola generale di immeritevolezza, fa supporre che l’intenzione non fosse semplicemente quella di definire il singolo giudizio in senso differente da come, forse, lo avrebbe deciso se si fosse attenuta alle indicazioni delle S.U.

L’impressione è, invece, che la Cassazione abbia voluto impostare la delibazione della claims made sulla base di un giudizio di compatibilità costituzionale proprio in vista delle nuove norme di legge. Se così fosse, questo sarebbe il vero punto di contatto e di sviluppo tra le due sentenze.

Le Sezioni Unite, infatti, avevano espresso una valutazione perentoria solo con riferimento alle claims made applicate all’ambito della r.c. professionale obbligatoriamente assicurata e, nel farlo, avevano espressamente inviato un forte segnale a chi, in quel momento, era investito del compito di normare la materia.

Ecco l’eloquente passaggio, contenuto nel par. 22: “Ciò posto, e rilevato che è stata da più parti segnalata l'incongruenza della previsione di un obbligo per il professionista di assicurarsi, non accompagnata da un corrispondente obbligo a contrarre in capo alle società assicuratrici, quel che in questa sede rileva è che il giudizio di idoneità della polizza difficilmente potrà avere esito positivo in presenza di una clausola claims made, la quale, comunque articolata, espone il garantito a buchi di copertura. E' peraltro di palmare evidenza che qui non sono più in gioco soltanto i rapporti tra società e assicurato, ma anche e soprattutto quelli tra professionista e terzo, essendo stato quel dovere previsto nel preminente interesse del danneggiato, esposto al pericolo che gli effetti della colpevole e dannosa attività della controparte restino, per incapienza del patrimonio della stessa, definitivamente a suo carico. E di tanto dovrà necessariamente tenersi conto al momento della stipula delle "convenzioni collettive negoziate dai consigli nazionali e dagli enti previdenziali dei professionisti", nonché in sede di redazione del decreto presidenziale chiamato a stabilire, per gli esercenti le professioni sanitarie, le procedure e i requisiti minimi e uniformi per l'idoneità dei relativi contratti”.

In sostanza, dicono le S.U.: vada per una claims made in qualche modo equilibrata, quando rilevino solo gli interessi delle parti contrattuali: da qui la rilevanza dell’indagine sul sinallagma; non così quando in rilievo vengano gli interessi di terzi, estranei al contratto, che l’obbligo assicurativo mira a proteggere: da qui il monito contenuto nell’ultimo periodo, col quale le Sezioni Unite si sono riferite alla produzione di normativa secondaria.

La sezione semplice si è misurata, invece, con una norma primaria di imminente approvazione (e per cui sarebbe stata prevedibile la pubblicazione prima di quella della sentenza) e sembra aver voluto fare un passo ulteriore rispetto al precedente a S.U.: lo sforzo profuso dalla sentenza nel rilevare tutte le possibili aporie che renderebbero la clausola sempre incompatibile con la Costituzione, ben potrebbe essere stato funzionale alla presentazione di argomenti spendibili, in un prossimo futuro, per un sindacato di legittimità costituzionale dell’art. 11 della nuova Legge.

Del resto, se la clausola senza postuma davvero non fosse “costituzionale”, perché la norma di legge che la autorizza dovrebbe esserlo?

Pur non condividendone assolutamente i rilievi, abbiamo la sensazione che la III Sezione abbia voluto lanciare un nuovo monito e che la sentenza in oggetto – lungi dal poter essere velocemente archiviata – farà ancora parlare di sé.

Note bibliografiche:

(1) Nella stessa data è stata pubblicata la sentenza n. 10509, anch’essa resa dalla III Sezione (medesimo Relatore) e di contenuto pressoché identico – nelle parti che qui interessano - a quello del provvedimento in commento. Per comodità espositiva – ed anche per la maggior disponibilità di dati relativi ai precedenti gradi di giudizio – riferiremo il contenuto delle presenti note alla sentenza n. 10506/2017 ed ai relativi passaggi e partizioni interne. Le nostre considerazioni varranno comunque per entrambi i provvedimenti, stante la piena sovrapponibilità delle rispettive motivazioni.

(2) Interessante notare che la vicenda processuale definita dalla sentenza n. 10509/2017 aveva avuto sviluppi decisamente diversi: il Tribunale di Milano (sent. 3 luglio 2009, n. 8973) “accolse la domanda principale e di garanzia”; la Corte d’Appello di Milano (sent. 17 marzo 2014, n. 1083), invece, “ritenne che la clausola, inserita in un contratto di assicurazione, la quale subordini il diritto all’indennizzo alla circostanza che tanto il fatto illecito commesso dall’assicurato, quanto la richiesta di risarcimento proveniente dal terzo, avvengano nel periodo di vigenza della polizza, costituisse una normale delimitazione del rischio assicurato, non fosse vessatoria e non violasse alcuna norma di legge”.

(3) Così si esprimeva recente dottrina a proposito del decreto del Ministero del lavoro 14.7.2009, concludendo per la nullità della claims made: “un decreto ministeriale è fonte normativa di secondo grado, inidonea ad abrogare o modificare la legge. Pertanto, dinanzi ad una norma del codice civile che ... vieta la claims made, il regolamento non potrebbe mai consentirla”, Rossetti, Il diritto delle assicurazioni, Padova, 2013, vol. III, pag. 40.

(4) Ed è in qualche modo resa esplicita dal riferimento agli “artt. 2, secondo periodo; 4, secondo comma, e 41, secondo comma, cost.” fatto in apertura del ragionamento. Si noti come, invece, la sentenza a S.U. citi una norma costituzionale, l’art. 2, in un solo passaggio contenuto nel par. 20, dove si tratta di giustificare l’eventuale sostituzione della claims made (già riconosciuta immeritevole) con la regola loss occurrence (qui, peraltro, l’art. 2 Cost viene menzionato come strumento complementare all’ “abbrivio degli spunti esegetici offerti dall’art. 1419 c.c., secondo comma”).

(5) La stretta attinenza e circoscrizione dell’obbligo di salvataggio al danno ed alla sua dinamica, del resto, è stata affermata, in altra sede, dallo stesso Magistrato estensore della sentenza in esame: “La ritenuta applicabilità dell'art. 1914 c.c. all'assicurazione della responsabilità civile, con specifico riferimento all'obbligo di non aggravare il danno già verificatosi, non include né l'obbligo pattiziamente assunto dall'assicurato di dare tempestiva comunicazione all'assicuratore delle richieste risarcitorie fattegli pervenire dal danneggiato (trattandosi di comportamento che esula dalla sfera di incidenza sul danno, già verificatosi ed esauritosi nella dinamica del fatto dannoso) né l'obbligo di negare ad oltranza la propria responsabilità” (v. M. Rossetti, Natura e contenuto degli obblighi di avviso e di salvataggio, in Giust. Civ. 2009, pag. 2143).

Cassazione civile, sez. III, sentenza 28 aprile 2017, n. 10506

Lo Studio Legale Giovannoni e Bettella fornisce assistenza e consulenza in materia.



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