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Gli apporti patrimoniali dei soci e il loro regime di disponibilità



Con il presente articolo, si va a esaminare la natura e l’oggetto delle prestazioni dei soci diverse dal conferimento, analizzando le diverse possibilità di impiego di tali elementi patrimoniali da parte della società.


In generale, vengono definiti “apporti” le prestazioni eseguite spontaneamente dai soci che non vengono imputate a capitale ed entrano, quindi, a far parte del patrimonio sociale, con lo scopo di consentire alla società stessa di svolgere la propria attività d’impresa.

In tale modo, la società viene dotata di nuovi “mezzi propri” che, appunto, non vengono computati a capitale, con la conseguenza che all’apporto – che pure al pari del conferimento si caratterizza per la finalità di mettere durevolmente a disposizione della società comunque i mezzi economici necessari per lo svolgimento della stessa – non corrisponde l’acquisto di una quota di partecipazione al capitale sociale o l’implementazione di quella già detenuta.

Si afferma, altresì, che tali apporti non costituiscono dei finanziamenti eseguiti dai soci in favore della società, per i quali sia stata espressamente pattuita la restituzione, con la conseguenza che la tipologia di apporti in esame, ancorché sottratta alla disciplina dei conferimenti, avrebbe la natura di posta del netto, analoga alla riserva sovrapprezzo, in ragione della mancata previsione convenzionale di un termine per la restituzione di quanto versato (Corte di Appello Milano, 16 febbraio 2009; Tribunale di Salerno 12 gennaio 2010).

Gli apporti, dunque, si differenziano:

- dai conferimenti, in quanto manca l’imputazione a capitale e, conseguentemente, sono destinati a confluire in un’apposita riserva;

- dai finanziamenti dei soci, perché la società non ha l’obbligo di restituirli al soggetto che li ha eseguiti.

Solitamente gli apporti si configurano come prodromici ad un aumento del capitale e vengono pertanto configurati come versamenti in conto aumento capitale o in conto futuro aumento di capitale (a seconda che l’aumento sia già stato deliberato o meno).

In tal caso, però, si tratta di veri e propri “conferimenti” sottoposti alla condizione risolutiva, rispettivamente, della mancata esecuzione o della mancata delibera di aumento, al verificarsi della quale scatta l’obbligo restitutorio per la società (in dottrina si osserva che «si tratta, allora, di fondi di cui la società è depositaria, il cui mancato utilizzo allo scopo preordinato non può che comportare la restituzione»).

Quanto all’eventuale loro utilizzo ai fini del ripianamento delle perdite, si è osservato che se le somme destinate ad essere impiegate per la copertura di un aumento di capitale, esse non potrebbero essere utilizzate per altri scopi, quali appunto il ripianamento delle perdite o un aumento gratuito di capitale (in tal senso, Massima del Triveneto H.L.2 - Versamenti soci in conto futuri aumenti di capitale, secondo cui «detti versamenti, a causa del vincolo di destinazione cui sono soggetti, non possono essere utilizzati per ripianare le perdite o per aumentare gratuitamente il capitale sociale, né possono essere appostati a patrimonio netto. Gli stessi possono essere utilizzati esclusivamente per la liberazione della parte di aumento di capitale a pagamento, riservata ai soci che li hanno eseguiti, cui sono subordinati»).

Pertanto, l’impiego dei versamenti in oggetto per scopi diversi dall’aumento di capitale in ragione del quale gli stessi sono stati eseguiti, sembra implicare il necessario consenso dei soci che li hanno eseguiti.

Peraltro, così come è possibile imprimere una destinazione all’imputazione a capitale dell’apporto, appare possibile anche escludere tale destinazione, sì da rendere evidente sin da subito che questo andrà a costituire una riserva non utilizzabile ai fini di un aumento gratuito del capitale e, quindi, “targata” in senso negativo rispetto ad una possibile imputazione a capitale, così escludendosi che questa costituisca una “anticipazione” di un’eventuale sottoscrizione.

Tali apporti, dunque, si connotano per la mancanza di un obbligo restitutorio in capo alla società e sono privi di un particolare vincolo di destinazione, distinguendosi dai versamenti in conto aumento o futuro aumento perché manca sia la destinazione all’imputazione a capitale, sia in subordine l’obbligo restitutorio.

Una volta eseguito l’apporto, che pare configurarsi come un negozio gratuito non donativo atipico, questo andrà a costituire una riserva che potrà esser utilizzata liberamente dalla società, con il limite dell’imputazione a capitale.

Gli apporti consistono solitamente nella dazione di una somma di denaro, ma nulla esclude che la prestazione dei soci abbia ad oggetto crediti o in beni in natura, benché quest’ultima tipologia di prestazione presenti alcuni profili critici.

Occorre, infatti, tenere presente che, nella fase in cui l’apporto viene effettuato, non si è di fronte ad un conferimento, e di conseguenza non apparirebbero necessarie le cautele previste dagli artt. 2343 e 2465 c.c. in materia rispettivamente di s.p.a. e s.r.l., considerato che la particolare destinazione escluderebbe il rischio del possibile aggiramento della disciplina della valutazione e stima dei conferimenti in natura.

Resta, tuttavia, ferma la necessità di una corretta appostazione in bilancio del bene apportato, che normalmente sarà iscritto al valore di costo, costituendo una riserva, e, poiché qui l’acquisto avviene gratuitamente, verosimilmente gli amministratori dovranno ricorrere a una stima per determinare l’importo (secondo una parte della dottrina i valori acquisiti a titolo di apporto spontaneo dei soci devono essere evidenziati in bilancio mediante la creazione di un’apposita voce del patrimonio netto e, in particolare, nella voce “Altre riserve” di cui all’art. 2424 c.c., punto A.VII del passivo).

Peraltro, potrebbe darsi il caso che, successivamente, la destinazione della riserva venga mutata: in tale ipotesi, laddove il valore del bene che ha dato luogo alla riserva sia utilizzato per un aumento gratuito si pone la questione se sia comunque necessaria la stima dei conferimenti di cui agli artt. 2343 e 2465 c.c.

Si deve, infatti, considerare che la giurisprudenza ha sancito la nullità degli accordi tra soci e società, volti ad eseguire un conferimento in natura mascherato con lo scopo di evitare l’applicazione delle garanzie previste dal legislatore per l’imputazione a capitale dei beni diversi dal denaro, e che, inoltre, la violazione delle predette norme determina la nullità tanto del negozio di scambio, quanto dell’aumento di capitale ad esso collegato (in tal senso, App. Milano, 15 dicembre 2000).

Si è in contrario obiettato che una volta che l’apporto viene iscritto in bilancio e quest’ultimo viene approvato dalla società, il valore dell’apporto sarà definitivamente “acquisito” al netto e diverrà utilizzabile, come tutte le sue altre parti, per qualsiasi operazione straordinaria o sul capitale. Si tratta, tuttavia, di questione ampiamente dibattuta, che ad oggi risulta ancora priva di soluzioni univoche.

In ogni caso, la presentazione, sin dall’esecuzione dell’apporto, di una perizia redatta ai sensi degli artt. 2343 e 2465 c.c. escluderebbe in radice il problema di un’eventuale violazione della disciplina dei conferimenti nel caso di successiva imputazione a capitale del valore dell’apporto.

Occorre, poi, considerare l’eventualità che gli apporti vengano effettuati in maniera “non proporzionale” da parte di tutti i soci, con la conseguenza che i beni apportati andranno a confluire in una riserva “targata” o “personalizzata”.

La natura targata della riserva fa sì che non si possa prescindere dalla volontà del conferente tanto in ordine a un utilizzo diverso da quello per il quale l’apporto è stato eseguito, quanto soprattutto in ordine alla possibilità che di tale utilizzo possano trarne vantaggio anche gli altri soci che non abbiano contribuito alla sua costituzione.

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