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La tenuità del fatto tra reato continuato e abitudinario











Tenuità del fatto

24/10/2018

Niente tenuità del fatto per i furbetti del cartellino se il comportamento è abitudinario

La sentenza in commento affronta l’interessante tematica della distinzione del concetto di abitualità rispetto a quello di continuazione criminosa ai fini della corretta individuazione dei contorni operativi dell’istituto della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all’art. 131 bis c.p.Secondo il Giudice della Nomofilachia l'istituto della continuazione criminosa non può essere confuso con il concetto di abitualità del comportamento, operante quale requisito ostativo all’operatività dell’art. 131 bis c.p., in considerazione del fatto che la continuazione criminosa di cui all’art. 81 cpv c.p.non implica necessariamente l'abitualità, cioè la ripetitività di un comportamento ovvero la reiterazione di una medesima condotta, trovando il proprio ubi consistam nella unificazione dei fatti nel medesimo disegno criminoso cui segue un unico giudizio di disvalore in quanto il soggetto, in sostanza, commette più reati per commetterne uno soltanto. In altri termini, la medesimezza del disegno criminoso consente di elaborare un unico giudizio di disvalore con tutti i riverberi sul piano sanzionatorio (applicazione del regime del cumulo giuridico in luogo del cumulo materiale e operatività della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p.) e in linea con il famoso principio per cui quando plura delicta tendunt ad eundem finem pro uno tanto puniatur (Cassazione penale, sentenza 27 agosto 2018, n. 38997).

di Francesco Crimi - Avvocato del Foro di Torino, Dottore di Ricerca in Diritto Penale Italiano e Comparato presso l’Università degli Studi di Torino-Facoltà di Giurisprudenza


ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI

Conformi

Cass. pen., Sez. II, n. 9495 del 07/02/2018

analogamente, Cass. pen., Sez. V, n. 5358 del 15/01/2018; Cass. pen., Sez. I, n. 55450 del 24/10/2017; nonché Cass. pen., Sez. II, n. 28341 del 05/04/2017

Difformi

Non si rinvengono precedenti


L’istituto penalistico della non punibilità del fatto di particolare tenuità e la vicenda affrontata dal giudice di legittimità

Con sentenza in data 13/02/2017 la Corte di Appello di Lecce riformava parzialmente la sentenza pronunciata dal Tribunale di Brindisi, rideterminando la pena e nel resto confermando la sentenza in ordine alla contestazione del delitto di truffa ex art. 640 c.p.

Questi i fatti: Tizio veniva portato a processo per il reato di truffa aggravata perché, nella sua qualità di medico dipendente dalla A.S.L. di X, con artifici e raggiri consistiti nel aver fatto marcare il proprio badgenell'orologio segnatempo ad altre persone, si allontanava dal posto di lavoro senza giustificazione, per tal guisa conseguendo così un profitto ingiusto.

All'esito dell’istruttoria dibattimentale veniva affermata la penale responsabilità dell’imputato Tizio in ordine a tutta una serie di episodi criminosi contestati dalla Procura della Repubblica brindisina e incasellabili entro il modulo di incriminazione di cui all’art. 640 c.p.

La difesa dell’imputato interponeva gravame di appello all’uopo domandando in via di principalità l’assoluzione nel merito e, in via subordinata, l’esclusione della punibilità in ragione della particolare tenuità del fatto, con riferimento a tale ultimo specifico punto invocando l’operatività dell’istituto normativizzato all'art. 131 bis c.p., nonché valorizzando tutte le emergenze processuali ai fini del contenimento della pena, in caso di conferma della impugnata sentenza, nei minimi assoluti di legge e previo il riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 62 n. 4 c.p.

Avverso la sentenza del Giudice Territoriale che, come detto, riformava la sentenza solo in punto pena, la difesa dell’imputato ricorreva al Giudice di legittimità, all’uopo articolando tutta una serie di motivi di gravame tra i quali, per quel che può interessare ai fini del presente contributo, invocava il vizio di violazione di legge in ordine alla mancata applicazione della causa di non punibilità prevista dall'art. 131 bis c.p. Sul punto la difesa dell’imputato ha ritenuto erronea l’applicazione della norma in disamina nella parte in cui si sostiene non operante l’istituto della irrilevanza del fatto per particolare tenuità in ragione della ripetizione degli episodi; e ciò risulterebbe confermato dalla circostanza che la giurisprudenza di merito e di legittimità non escludono che l’istituto giuridico di cui all'art. 131 bis c.p. possa applicarsi anche all'imputato di più reati avvinti dal vincolo della continuazione.

A parere degli ermellini la Corte territoriale, diversamente da quanto sostenuto dalla difesa dell’imputato in sede di ricorso di legittimità, ha correttamente escluso che alla condotta posta in essere dal ricorrente possa applicarsi la causa di esclusione della punibilità di cui all'art. 131 bis c.p., facendo buon governo dei due pilastri su cui si fonda l’operatività dell’istituto in parola: (i) la particolare tenuità della offesa e (ii) la non abitualità del comportamento.

Con la conseguenza che nelle ipotesi nelle quali il soggetto evidenzia una sostanziale consuetudine a porre in essere comportamenti illeciti, il fatto non può ritenersi tenue e la punibilità non può essere esclusa.

Interessante, sul punto, è la precisazione svolta dal Giudice di legittimità e secondo la quale il concetto di abitualità non coincide con l'istituto della continuazione e con questo non può essere confusa, dal momento che la continuazione non implica necessariamente l'abitualità, cioè la ripetitività di un comportamento ovvero la reiterazione di una medesima condotta, trovando il proprio ubi consistam nella unificazione dei fatti nel medesimo disegno criminoso cui segue un unico giudizio di disvalore in quanto il soggetto, in sostanza, commette più reati per commetterne uno soltanto; in altri termini, la medesimezza del disegno criminoso consente di elaborare un unico giudizio di disvalore con tutti i riverberi sul piano sanzionatorio (applicazione del regime del cumulo giuridico in luogo del cumulo materiale) e in linea con il famoso principio per cui quando plura delicta tendunt ad eundem finem pro uno tanto puniatur.

La conseguenza di tale importante distinguo è che la causa di esclusione della punibilità di cui all’art. 131 bis c.p. bene può trovare quartiere in talune ipotesi di continuazione criminosa art. 81 cpv c.p. ove, come nel caso specifico, emerga una unitaria e circoscritta deliberazione criminosa incompatibile con l'abitualità presa in considerazione in negativo dalla norma in disamina; per contro, in tutti gli altri casi, in cui la condotta complessivamente posta in essere evidenzi un comportamento abituale deviante la causa di esclusione della punibilità non potrà trovare applicazione.

Calando le argomentazioni di diritto nel caso sub judice la Corte di cassazione ha evidenziato come l’imputato Tizio avesse posto in essere un vero e proprio modus operandi, per così dire "abituale", vale a dire un vero e proprio stile di vita, con conseguente esclusione dell’operatività concreta della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p.

Alla luce delle considerazioni sopra svolte il Giudice della Nomofilachia ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della sanzione in favore della Cassa delle Ammende.

Alcune notazioni sulla causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p.con particolare attenzione ai concetti di abitualità della condotta e di continuazione criminosa

La sentenza in commento giustifica una breve trattazione dell’istituto della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p.

L’art. 131 bis c.p., rubricato “Esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto” dispone che nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, c.p.l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.

L’offesa, in ogni caso, prosegue la disposizione normativa in commento, non può essere ritenuta di particolare tenuità, ai sensi del primo comma, quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o ha adoperato sevizie o, ancora, ha profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all’età della stessa ovvero quando la condotta ha cagionato o da essa sono derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona.

Alla luce delle considerazioni sopra svolte i tasselli operativi dell’istituto in parola possono sintetizzarsi (i) nel requisito positivo della particolare tenuità dell'offesa e (ii) nel requisito ostativo della non abitualità del comportamento del reo: entrambi tali requisiti devono ricorrere cumulativamente con riferimento alla concreta manifestazione del fatto illecito.

Il criterio di abitualità gode di una norma definitoria, individuabile nel comma terzo dell’art. 131 bis c.p., e a mente della quale il comportamento è considerato abituale nel caso in cui l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.

L’abitualità, dunque, presuppone una reiterazione del comportamento illecito che deve sintomatizzare un vero e proprio modus operandi da parte del soggetto agente, non avvinto da una particolare propensione finalistica, del tipo di quella che cementa i singoli episodi criminosi nella fenomenologia della continuazione criminosa di cui all’art. 81 cpv c.p. Ai fini della configurabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, infatti, non osta la presenza di più reati legati dal vincolo della continuazione, qualora questi riguardino azioni commesse nelle medesime circostanze di tempo, di luogo e nei confronti della medesima persona, elementi da cui emerge una unitaria e circoscritta deliberazione criminosa, incompatibile con l'abitualità presa in considerazione in negativo dall'art. 131 bis c.p.

Proseguendo oltre, ai fini dell'applicazione della causa di non punibilità di cui all'art. in parola, peraltro, per valutare la configurabilità del presupposto ostativo della "non abitualità del comportamento criminoso", vanno considerati "della stessa indole" non soltanto i reati che violano una medesima disposizione di legge, ma anche quelli che in ogni caso presentano profili di omogeneità sul piano oggettivo (in relazione al bene tutelato ed alle modalità esecutive) ovvero sul piano soggettivo (in relazione ai motivi a delinquere che hanno avuto efficacia causale nella decisione criminosa, come nel caso di delitti tutti connotati dallo scopo di lucro).

L'abitualità di cui all’art. 131 bis c.p., dunque, rappresenta un concetto tutto interno al nuovo sotto-sistema generato dall'istituto di cui alla richiamata norma, di talché prescinde da quello di condanna o di recidiva (e, come sopra detto, si distanzia già sul piano semantico ancor prima che normativo dal concesso di continuazione), mentre si riferisce a comportamenti seriali da un punto di vista fattuale: la lettera della legge parla, infatti, di reati della stessa indole e non di condanne. Con l’ovvio corollario che il requisito è integrato, atrofizzando l’operatività della causa di non punibilità, non solo quando si sia in presenza di più condanne irrevocabili e ci si trovi a dover decidere su di un nuovo fatto di reato, ma anche qualora lo stesso procedimento abbia ad oggetto una pluralità di reati tutti da accertare.

Sulla scorta di tali nuclei definitori la giurisprudenza di merito ha ritenuto, per contro, che l'esistenza di un unico, risalente e non specifico precedente penale, non osta alla concessione del beneficio di cui all'art. 131 bis c.p., in quanto una interpretazione finalistica e costituzionalmente orientata della citata norma esclude che una tale circostanza possa ragionevolmente fondare un giudizio di attuale abitualità del comportamento illecito ostativo al riconoscimento della causa di non punibilità.

In conclusione, dovendo tirare le fila delle argomentazioni sopra svolte, può affermarsi che la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131 bis c.p. può essere dichiarata anche in presenza di più reati legati dal vincolo della continuazione, giacché quest'ultima non si identifica automaticamente con l'abitualità nel reato, ostativa al riconoscimento del beneficio, non individuando comportamenti di per se stessi espressivi del carattere seriale dell'attività criminosa e dell'abitudine del soggetto a violare la legge; ciò in quanto il concetto di abitualità non coincide con quello di continuazione criminosa e con questo non può essere confuso, avuto riguardo al fatto che la continuazione criminosa se richiede la realizzazione di una pluralità di atti criminosi, non implica necessariamente l'abitualità, cioè la ripetitività di un comportamento ovvero la reiterazione di una medesima condotta, trovando il proprio ubi consistam nella unificazione dei fatti nel medesimo disegno criminoso cui segue un unico giudizio di disvalore. In altri termini, il soggetto agente, nella fenomenologia della continuazione criminosa commette più reati per commetterne uno soltanto e la medesimezza del disegno criminoso che avvince i singoli episodi criminosi consente di elaborare un unico giudizio di disvalore che fa valere le proprie ricadute processuali imponendo l’applicazione del regime del cumulo giuridico (aumento della pena prevista per il reato più grave aumentato sino al triplo) in luogo del cumulo materiale (sommatoria delle pene previste per ciascun reato commesso).

Riferimenti normativi:

art. 131 bis c.p.


Cassazione penale, sezione II, sentenza 27 agosto 2018, n. 38997

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